La Storia di Napoli

Storia Età Antica

Fondazione di Parthenope

Parthenope venne fondata dai Cumani nel terzo quarto dell’VIII secolo a.C. e prendeva il nome dalla Sirena eponima, la cui tomba, secondo la tradizione mitica, era situata nelle vicinanze.

L’insediamento, sorto su di un promontorio posto in posizione particolarmente favorevole e circondato su tre lati dal mare, nacque probabilmente in una logica di approdi e capisaldi cumani (epineion). Esso permetteva un controllo diretto ed efficiente di tutti quei traffici via mare, in maniera particolare di quelle rotte tirreniche in direzione degli empori minerari toscani e laziali. Parthenope, inoltre, consentiva anche un approdo protetto e ben fornito per tutte quelle navi che facevano rotta per la penisola iberica, la Sardegna e le Baleari.

Il porto era situato a est della città, nell’attuale piazza del Municipio, locazione che rimarrà invariata anche durante la rifondazione della città.

La rifondazione come Neapolis

La rifondazione della città si colloca in quel clima di stasis vigente a Cuma per tutta la parabola di Aristodemo. Risultato delle staseis è forse, in primo luogo, la distruzione di Parthenope menzionata da Lutazio: è probabile appunto che l’insediamento fin da allora fungesse da rifugio per le fazioni “perdenti”. Il momento decisivo corrisponde all’instaurazione della Tirranide di Aristodemo, dopo la battaglia di Aricia. La tradizione ricorda dell’espulsione forzata degli oligarchi che trovarono rifugio a Capua. È probabile che in questa circostanza essi abbiano deciso di dare spazio alla Nea Polis. Ad ogni modo è certo che la rifondazione della città sia avvenuta per mano di oligarchi mossi dalla volontà di dar vita ad una “seconda Cuma”, del tutto somigliante alla città dalla quale provenivano; lo confermano a sufficienza ad esempio il prosieguo di culti come quello di Demetra e la fedele ripresa dell’organizzazione in fratrie.

La Magna Grecia

Grazie al rapporto privilegiato con l’Atene di Pericle, Neapolis inaugurerà il suo ruolo egemone nel mondo osco-campano ed “internazionale” nel Mediterraneo.

L’influenza ateniese e siracusana

La “Città Nuova” seppe in breve tempo sia sostituirsi a Cuma nei commerci marittimi sia assumere il controllo sul golfo che da golfo Cumano divenne golfo Neapolitano. Il suo successo in campo commerciale fu reso possibile grazie al declino della Tirannide dei Dinomenidi a Siracusa (466 a.C.) e all’abbandono di Pithecusa da parte del presidio siracusano, a causa di un violento terremoto (o eruzione vulcanica) . L’immediata occupazione dell’isola da parte della città  è da collegarsi alle precoci tensioni tra Neapolis e la città siciliana, dovute probabilmente al tentativo interessato di quest’ultima di comprimere l’autonomia della comunità nepolitana, relegandola alla condizione di una terra enchoria (territorio abitato). All’influenza siracusana seguì quella ateniese.

Pericle, avvertendo prematuramente il grande valore del medio Tirreno, creò molto presto in quel mare una grande rete di relazioni commerciali.

L’interesse ateniese per la Campania, ma anche per la Sicilia e l’Adriatico, fu dovuto dal bisogno di derrate alimentari (soprattutto per quanto riguarda il commercio cerealicolo) a causa di una popolazione in costante aumento. I traffici erano dunque orientati verso quelle zone particolarmente ricche di cereali, ma erano indirizzati specialmente verso il completo controllo dei mercati granari. Le ripercussioni di tutta questa presenza attica nella città furono numerose: prima di tutto il suo importante sviluppo in ambito portuale ed il suo legarsi a città allacciate a pianure atte alla coltivazione del grano (Alifae, Capua, Nola, Cuma, Dicearchia); e il suo introdursi nell’area – assieme probabilmente alla città di Elea – della nascente comunità italiota non solo da un punto di vista economico ma anche cultuale. La tradizione di una Neapolis ateniese è sufficientemente testimoniata da un noto inciso di Strabone. Egli riferisce dell’arrivo a Neapolis del celebre ammiraglio ateniese Diotimo (è alquanto dibattuta la data esatta dell’arrivo: dopo la fondazione di Thurii, anni trenta, ecc.). Quest’ultimo raggiunse la città con la sua considerevole flotta al fine di fornirla di coloni attici e calcidesi di Eubea, per il potenziamento del corpo civico e militare.Grazie a questa spedizione venne oltremodo istituita una lampadedromia destinata a diventare celebre in tutto il mondo antico.

Soltanto un intralcio si interpose ad Atene circa l’ottenimento del grande mercato campano, ovvero i tentativi siracusani di conservare, anche in seguito al crollo dei Tirannidi, una posizione primaria nel Tirreno. Un fattore che alla lunga avrebbe portato allo scontro con la città siciliana. Nel 415 a.C. la spedizione contro Siracusa finì in un vero e proprio disastro. I rapporti tra Neapolis e Atene subirono un’attenuazione solo con le vicende inerenti alla guerra archidamica e alla peste, che minarono sostanzialmente l’economia dell’Attica.

La minaccia osca

Alla fine del V secolo a.C. l’equilibrio politico e sociale di Neapolis venne fortemente compromesso dall’espansionismo osco verso le più fertili pianure. Prima di allora vi fu una lenta, graduale, ma costante infiltrazione dell’elemento italico, dapprima richiamato dagli stessi Greci per i lavori più umili e servili, per poi divenir parte della compagine sociale mediante il commercio e la partecipazione alla vita cittadina.

Nel 423 a.C. venne conquistata Capua, la grande roccaforte-granaio etrusca, e nel 421 a.C. Cuma, che dovette capitolare dopo un pesante e cruento assedio. Una parte dei suoi abitanti in fuga trovò rifugio all’interno delle mura di Neapolis. Neapolis riuscì invece a salvaguardare la propria incolumità e sovranità politiche ammettendo con grande anticipo le élite osche alle principali cariche pubbliche della polis. Tuttavia, a causa di questo comportamento, Neapolis minò profondamente le sue relazioni con la metropolis, Cuma.

I Romani

Nel 327 a.C. la città, fortemente contesa da Sanniti e Romani (vedi guerre sannitiche), minacciò gli interessi di Romadevastando l’Agro Campano e Falerno. Roma, affinché questi moti non si estendessero alle altre città campane, spedì un esercito capitanato dal console Publilio Filone. Nel frattempo erano giunti circa quattromila soldati Sanniti a difesa della componente osca della città. La città si arrese ai Romani, anche grazie ad uno stratagemma con il quale i Greci allontanarono i Sanniti dalla città (per approfondire questo episodio torico, vedi Parthènope).

 Napoli, città della Regio I Latium et Campania, regione romana

Tuttavia Roma lasciò alla città ampie autonomie e permise che i suoi costumi, la sua lingua e le sue tradizioni di origine greca sopravvivessero, preferendo piuttosto stringere una sorta di patto di solidarietà e creando così quello che fu chiamato foedus Neapolitanum, con particolare attenzione agli aspetti commerciali e di difesa per quanto riguardava la flotta.

Nel 280 a.C., dopo la battaglia di Eraclea, quando Pirro si accorse che non c’era alcuna possibilità di un accordo con il Senato romano, decise di passare al contrattacco, avanzando con la sua armata verso nord. Durante l’avanzata deviò su Neapoliscon l’intento di prenderla o di indurla a ribellarsi a Roma. Il tentativo fallì e comportò una perdita di tempo che giocò a vantaggio dei Romani: quando giunse a Capua la trovò già presidiata da Levino.

Nel 211 a.C., nel corso della seconda guerra punica, la città di Capua venne severamente punita a causa della sua alleanza con Annibale. Grazie a ciò la preminenza di quest’ultima in ambito campano andò scemando a favore di Neapolis.

Dal 199 a.C., anno dell’istituzione di una dogana, l’importante ruolo commerciale e marittimo della città cominciò a scemare a vantaggio della vicina concorrente Puteoli e in seguito, nonostante i tentativi di Annibale (il quale fu respinto da Hegeas, alle porte della città) di sobillare i suoi abitanti contro Roma, Neapolis fu promossa a municipio romano, perdendo parte delle sue autonomie, sebbene restassero ancora in vigore le fratrìe e le figure di arconti di tradizione greca.

Nell’82 a.C., nella lotta fra Mario e Silla, trovandosi a parteggiare per il primo, la città dovette subire le grandi devastazioni e stragi compiute dal secondo, animato dal desiderio di vendetta per l’affronto subito; ciò privò oltretutto Neapolis della sua flotta e dell’isola d’Ischia e ne compromise il commercio a tutto vantaggio di Puteoli, dando l’avvio ad un periodo di decadenza. Decaduta sul piano mercantile, la città si trasformò gradatamente in città degli otia, ovvero del divertimento e della vita contemplativa.

Nel 72 a.C. in città cominciarono a sorgere importanti corporazioni e scuole, come quella del filosofo epicureo Sirone dove studiarono Virgilio e Orazio.

Nel 49 a.C., nella guerra civile tra Cesare e Pompeo, la città anche stavolta si vide schierata dalla parte dello sconfitto: per questo motivo subì conseguenze negative. A Neapolis si formò la congiura per uccidere Cesare (sembra che Cassio partì proprio da uno dei lidi della città per andare a compiere il celebre omicidio).

La città degli otia e Pausylipon

 Le rovine di Villa Imperiale di Pausylipon

Nel corso del I secolo a.C. e durante il I secolo d.C. l’alta società romana si recò in città per trascorrere dei periodi di riposo e svago. In questo periodo Neapolis si arricchì di eleganti ville romane, le cosiddette ville d’otium. Sul Monte Echia si levava l’enorme villa di Lucio Licinio Lucullo (ove un tempo sorgeva la parte più antica della città, ovvero la Palepolis), mentre a Pausylipon (odierno quartiere Posillipo, il cui nome è di derivazione greca e significa pausa del dolore) fu costruita la vasta villa imperiale del ricco cavaliere romano Publio Vedio Pollione; a tal fine venne realizzata anche la Grotta di Seiano opera dell’architetto cumano Lucio Cocceio Aucto. A detta degli storici, la Neapolis di questo frangente fu una città alquanto contraddittoria, se da un lato fu costituita dalla presenza di una forte componente romana, dall’altro le caratteristiche marcatamente greche furono tenacemente conservate.

Anche gli imperatori stessi, come ad esempio Claudio e Nerone, trascorsero a Neapolis le loro pause dal governo dell’Impero.

Età imperiale

In età augustea la città venne distrutta da un grave terremoto (forse conseguenza di attività vulcanica del Vesuvio) seguito da un incendio. Alla sua ricostruzione si accompagnò la richiesta di richiamarla Parthenope. Nello stesso periodo, nel 2 d.C. (o più probabilmente, secondo i più recenti studi, nel 2 a.C.) Neapolis, in quanto città più greca d’Occidente, fu scelta dall’Imperatore Augusto come custode della cultura ellenica e la nominò quale sede dei giochi Isolimpici, sul modello di Olimpia (Grecia). A tal proposito la città fu oggetto di rilevanti interventi ristrutturativi e/o edilizi, soprattutto in riferimento ad impianti sportivi e teatrali.

Con la successiva trasformazione da municipio romano a colonia, in città andò affermandosi sempre più la lingua latina e si ebbe una graduale ripresa dal periodo di decadenza (narrato probabilmente anche da Petronio nel suo Satyricon), con un conseguente incremento dei commerci e della popolazione dovuto alla presenza alessandrina dall’Oriente nel I secolo.

L’avvento del cristianesimo

La religione emergente, il Cristianesimo, fece presa e si radicò subito dopo la metà del I secolo, in quanto era già in atto un processo di progressiva assimilazione della colonia ebraica presente in città, come testimonia Paolo di Tarso nelle sue lettere e alcuni rinvenimenti archeologici nelle Catacombe di San Gennaro e il Calendarium della chiesa di San Giovanni Maggiore. Il primo vescovo napoletano fu Aspreno, forse ordinato dallo stesso San Pietro (che una leggenda vuole presente a Neapolis a dire messa nella basilica di San Pietro ad Aram); Aspreno, poi canonizzato, resse la comunità cristiana napoletana per 33 anni e morì nel 69; l’assenza di martiri fra i cristiani di Neapolis spinse alla scelta, come santo patrono della città, di San Gennaro, vescovo di Benevento, decapitato nella vicina Puteoli nel 305.

Sotto Diocleziano, persecuzioni anti-cristiane avvennero anche a Neapolis, almeno sino al 311, anno in cui un editto imperiale concedeva ai cristiani libertà di riunione e di professione della loro fede.L’arrivo a Neapolis dei testi di grandi apologisti latini come Tertulliano, l’azione organizzatrice di papa Vittore I prima e quella più strettamente caritativa di papa Callisto I da un lato e il nuovo corso impresso alla politica romana dalla dinastia dei Severi, diedero impulsi benefici alla comunità cristiana ed alla città più in generale.

Numerose sono le leggende legate alla figura di Costantino e molte di esse riguardano la costruzione di chiese, come quella di San Giovanni Maggiore e quella di San Gregorio Armeno, solo per citare le più note, ma gli influssi positivi della politica di questo imperatore furono di durata breve in quanto ebbero avvio, dal 410 in avanti numerose invasioni barbariche. Nel 459 la città fu attaccata, ma non espugnata grazie anche alle nuove fortificazioni volute da Valentiniano III, dai vandali di Genserico.

Nel 476 Romolo Augusto, l’ultimo degli imperatori romani d’Occidente, venne deposto ed imprigionato, per mano di Odoacre, presso castel dell’Ovo, a quel tempo villa romana fortificata.

Medioevo

Periodo bizantino

La provincia bizantina di Campania

La guerra gotica: nel VI secolo la città venne sottratta ai Goti dall’Impero romano d’Oriente durante il tentativo di Giustiniano I di ricreare l’Impero e la città fu sottomessa dal nuovo conquistatore, il generale Belisario (536) che, dopo un duro assedio, saccheggiò e decimò la città per punire i napoletani dell’appoggio dato ai barbari. Tuttavia, dopo i rimproveri ricevuti da Papa Silverio, il ripopolamento della città avvenne per mano dello stesso Belisario che attinse coloni da molti villaggi e centri limitrofi, tra cui Cuma e Pozzuoli.

Dopo una nuova e breve parentesi gota (riconquista di Totila del 542), Napoli fu saldamente in mano bizantina grazie all’azione militare di Narsete e diventò provincia bizantina, a partire dal 534 e per i successivi sei secoli. La provincia bizantina di Campania era amministrata da uno Iudex Provinciae mentre la massima autorità militare era un dux o un magister militum. Nel 571 i Longobardi s’impadronirono di Benevento fondando il Ducato di Benevento e sottrassero ai Bizantini il controllo dell’entroterra campano. Qualche anno dopo l’Imperatore Tiberio II Costantino (578-582) decise di scindere l’Italia centro-meridionale in due eparchie: l’Urbicaria e la Campania. L’Urbicaria divenne poi il ducato romanomentre la Campania nel corso del VII secolo divenne anch’esso un ducato, governato da un duca.

L’ordinamento giuridico

La notevole influenza del regno di Giustiniano in ambito culturale, artistico e, ancor più, nel campo della giurisprudenza(basti pensare al Novus Iustinianus Codex che fu la base del nuovo ordinamento giuridico) si fece sentire anche a Napoli.

Nacque così un governo che era da un lato dotato di una struttura militare, necessaria per la difesa del regno in un siffatto periodo di instabilità politica, e dall’altro di una struttura prettamente civile, deputata più che altro al governo delle province conquistate; inoltre, andò aumentando l’importanza conferita al clero, in particolar modo alla figura del vescovo con ampi poteri anche di giurisdizione civile ereditati dalla vecchia figura del magistrato, ormai scomparsa.

Il periodo vescovile

Sotto il nome di periodo vescovile s’indica generalmente l’arco di tempo che va dal 578 al 670 e che vede l’affermarsi in città della figura del vescovo come figura di primaria importanza sia religiosa che civile e quindi dotata di potere temporale vero e proprio.

Proprio per le prerogative conferite loro dal nuovo sistema amministrativo e giuridico, spesso vi furono degli aspri contrasti dei vescovi con gli stessi pontefici romani, arrivando in alcuni casi anche a difendere la città dall’ingerenza della Chiesa.

Fu questo un periodo di continue guerre con i Longobardi che dominavano gran parte dell’Italia meridionale e che più volte assediarono la città (come nel 592 e nel 599) senza, tuttavia, riuscire ad assoggettarla, grazie anche al costante apporto del papato, in particolare nella persona di papa Gregorio Magno.

Il ducato bizantino

 La Napoli bizantina nell’Italia dell’anno 1000

Sulla scia della rivolta del 615 che a Ravenna portò all’assassinio dell’esarca, a Napoli Giovanni Consino si pose a capo del malcontento popolare che iniziava a suscitare il dominio di Bisanzio e che, testimoniava un sempre maggior desiderio di autonomia dei napoletani. Giovanni si rese quindi indipendente da Bisanzio ma la sua rivolta venne sedata energicamente e in poco tempo dall’esarca Eleuterio. Nel 638 il dux divenne la massima autorità civile e militare del Ducato.La data di fondazione del Ducato napoletano è incerta: secondo Eliodoro Savino il territorio campano venne «smembrato pochi anni prima del 600 tra i due Ducati bizantini di Roma e di Napoli e quello longobardo di Benevento». La mancanza di riferimenti alla provincia Campania nell’epistolario gregoriano, anche se non ne implica l’abrogazione (che viene smentita da numerose fonti che attestano la presenza di Iudices Campaniae nel corso del VII secolo), è significativa perché indica un crescente potere dei duchi che alla fine diventeranno la massima autorità civile e militare nel 638, portando nello stesso anno all’abolizione della carica di Iudex Provinciae.

La tradizione dice che il primo duca locale di Napoli fu Basilio nel 661, ma questa tesi viene ora respinta dagli studiosi moderni. I duchi che si susseguirono e che furono, in ordine cronologico, Teofilatto I (666-70), Cosma (670-72), Andrea I (672-77), Cesario I (677-84), Stefano I (684-87), Bonello (687-96), Teodosio (696-706) e Cesario II (706-11), dovettero fronteggiare con una serie di guerre i Longobardi, l’altra potenza dell’Italia meridionale, che premevano dai vicini Ducati di Capua e Benevento.

Nel 711 i napoletani, guidati dal saggio governo del duca Giovanni I e spalleggiati dall’apporto del Papa Gregorio II, riuscirono a riconquistare la città di Cuma, caduta inaspettatamente in mano longobarda.

La controversia iconoclasta scatenatasi nel 726 pose il nuovo duca, Teodoro I in una difficile condizione di incertezza fra la fedeltà all’Imperatore di Bisanzio e la devozione al Papa, dalla quale il duca seppe uscire a testa alta conservando una posizione di equidistanza che non compromise i rapporti di Napoli né con l’Impero né con il Papato.

Durante il periodo vescovile in città sorsero numerosi monasteri, oltre a svariate chiese; i monasteri erano per lo più cenobi di origine greca (retti da monaci basiliani) che trovavano allocazione sulle alture dell’interno o sulle isole, come quello che sorgeva nell’antico Oppidum Lucullianum, sulla collina del Monte Echia o sull’isoletta di Megaride, sebbene non mancassero insediamenti monastici in città, come il monastero greco di San Sebastiano.

Anche a Napoli, come a Roma, i monaci furono i principali divulgatori della cultura in una lingua ormai diversa dal latino classico e che aveva ormai assorbito influssi greci di derivazione bizantina ma che produsse, oltre a trascrizioni e traduzioni dei classici anche la produzione di vite di santi (letteratura agiografica).

Dal punto di vista artistico va ricordato che a Napoli l’influsso longobardo fu pressoché nullo, e la tradizione artistica romana e paleocristiana si perpetuò a lungo nel tempo ma, anche dell’arte bizantina da cui la città mutuava molti influssi, è rimasto molto poco a causa sia di eventi come calamità o distruzioni belliche sia di una capacità di trasformazione e di adattamento operata dagli artisti.

In quest’epoca Napoli, che dopo il relativo declino del periodo romano andò riacquisendo i connotati di una importante città d’Occidente, fu rafforzata nelle sue mura, anche per una migliore difesa dalle minacce dei Longobardi, e tutta la zona portuale fu inclusa nella cerchia delle mura che di fatto non ebbero un ampliamento di grandissimo rilievo.

Il ducato autonomo napoletano, la “Lega Campana” e la battaglia di Ostia

 Il ducato autonomo

Dopo i ducati di Giorgio e Gregorio I, divenne duca Stefano II, in un primo momento molto legato a Bisanzio e poco al Papato ma che, successivamente, nel 763 riconobbe il pontefice Paolo I e si ribellò apertamente all’autorità centrale, assumendo la carica vescovile e divenendo così di fatto il primo a guidare il ducato napoletano autonomo.

Ciò venne incontro al desiderio del popolo napoletano che andò acquistando una sempre più ampia coscienza civica e una fiducia sempre maggiore nella propria autonomia, tanto che da solo e con la lungimiranza dei suo capi e dei suoi vescovi poté resistere ai tentativi di conquista da parte dei Longobardi, dei Franchi e dei Saraceni. Nell’831 la città subì un duro assedio da parte dei Longobardi di Benevento che riuscirono ad impadronirsi del corpo di San Gennaro, mentre la testa rimase nella basilica di Santa Restituta.

Nell’832 Stefano fu assassinato da una congiura ordita da alcuni nobili napoletani sobillati da emissari di Sicone, principe longobardo e fu eletto duca proprio uno dei suoi assassini, Bono, destituito dopo appena sei mesi dal suo incarico.

Nell’840, con l’avvento di Sergio I sembrò terminare il lungo periodo di lotta del Ducato contro i barbari e in difesa della romanità e fu inaugurata una politica estera più amichevole nei confronti dei Franchi, in funzione di garantire a Napoli una sempre più salda autonomia dalle incursioni saracene e longobarde; ciò tuttavia non impedì ai Saraceni di distruggere nell’845 la località di Miseno. Esito diverso ebbe quattro anni dopo il tentativo musulmano di attaccare e devastare Roma. Nell’849 fu costituita la “Lega Campana” che, capeggiata da Cesario di Napoli e formata dalle navi dei ducati di Amalfi, Gaeta, Napoli e Sorrento, giunse in soccorso del pontefice Leone IV rendendosi protagonista della leggendaria battaglia di Ostia in difesa di Roma, immortalata con un celebre affresco da Raffaello nelle stanze vaticane e oggi ritenuta dagli storici il più grande successo navale di una flotta cristiana su una musulmana prima della battaglia di Lepanto.

Successivamente, sotto la spinta politico-diplomatica di papa Giovanni X, si ristabili’ una nuova alleanza con lo Stato pontificio in funzione antisaracena. La minaccia dei musulmani, presenti in forza nell’insediamento di Traetto, fu definitivamente debellata nel 915 nel corso della storica Battaglia del Garigliano, decisiva per arginare l’espansionismo arabo nel centro Italia. In questo caso l’esercito napoletano, alleatosi con l’Impero Bizantino, il ducato di Capua, il ducato di Amalfi, il ducato di Benevento, il ducato di Gaeta e il principato di Salerno, fu praticamente sotto il comando di Bisanzio, che non perse occasione per riprendere ad esercitare la propria supremazia sul Ducato; di fatto, i duchi che si susseguirono furono nuovamente nella sfera imperiale, almeno sino al 963.Seguì un periodo in cui si tentò una sorta di alleanza con i Saraceni, osteggiata da Papa Giovanni VIII che riuscì a far condurre il duca in catene a Roma e a farlo giustiziare; fu questo un periodo in cui Napoli ed il Papato si ritrovarono ai ferri corti (anche sotto il ducato di Atanasio II).

Intanto, un nuovo spauracchio si affacciò sul Ducato, il Sacro Romano Impero che, con Ottone III iniziò a far valere le proprie mire espansionistiche sulle terre del sud Italia e quindi su Napoli, che, pur rimanendo invischiata nei turbolenti anni delle lotte per il possesso di quelle terre, riuscì sostanzialmente a mantenere la sua indipendenza.

Nel 1030 il duca Sergio IV donò la contea di Aversa alla banda di mercenari normanni di Rainulfo Drengot, che lo avevano affiancato nell’ennesima guerra contro il principato di Capua, creando così il primo insediamento normanno nell’Italia meridionale. Dalla base di Aversa i normanni fecero propria la cultura della Napoli bizantina e nel volgere di un secolo furono in grado di sottomettere tutto il meridione d’Italia, dando vita al Regno di Sicilia. Il Ducato di Napoli fu l’ultimo territorio a cadere in mano normanna: esso seppe salvaguardare la sua indipendenza fino all’avvento di Ruggero II al Regno di Sicilia, al quale il duca Sergio VII dopo due estenuanti assedi, nel 1137 dovette cedere. Anche dopo la capitolazione del Duca, i napoletani si ribellarono al sovrano straniero organizzandosi in una Repubblica aristocratica fino alla definitiva resa avvenuta in Benevento (1139).

Periodo della dinastia normanna


Le vicende storiche

Con la discesa in Italia di Lotario III, ebbe inizio una lunga guerra tra l’Impero e i Normanni che vide re Ruggero I d’Altavilla perdere progressivamente i territori dell’Italia peninsulare. Ripartito Lotario nell’ottobre del 1137, Ruggero riconquistò Salerno, Avellino, Benevento e Capua. Anche Napoli, dopo un anno di assedio, fu costretta a capitolare nel 1137, proprio in seguito alla ripartenza di Lotario.

Si andava nel frattempo costituendo quel Regno di Sicilia che unificava Sicilia e Italia meridionale sin dal 1130, anno in cui il nuovo Stato unitario era stato istituito dall’antipapa Anacleto II e successivamente legittimato, nel 1139, da papa Innocenzo II. Tale nuovo regno fu governato dai Normanni sino al 1195, con capitale non a Napoli ma, per volere di Ruggero II d’Altavilla, a Palermo. Tuttavia la città, con i suoi 30.000 abitanti, conservò la sede arcivescovile.

Ruggero II giunse a Napoli nel 1140, accolto con tutti gli onori (così come narrato, con dovizia di particolari, da un cronista medievale) e, dopo la nomina di un responsabile giuridico ed amministrativo (il compalazzo, da comes palatii), accentrò in pratica tutti i poteri nelle proprie mani, mettendo definitivamente fine al periodo di autonomia della città. Mentre la nobiltà mantenne per certi versi i propri privilegi, il clero conobbe un periodo di decadenza, anche come conseguenza delle tensioni che sorgevano tra i re normanni e l’autorità papale.
Nel 1154, salì sul trono di Sicilia Guglielmo I: tutto il periodo del suo regno fu caratterizzato da una serie di lotte interne e di difficili rapporti con gli Stati esteri; inoltre, a Napoli si accese una contesa tra le classi dei milites e quella dei nobiliores, e alcune rivolte portarono anche il popolo a scendere in piazza contro l’istituto monarchico. Guglielmo represse le rivolte nel sangue, fu molto severo nell’amministrazione della giustizia e aumentò l’imposizione di tasse avvalendosi, per portare a compimento il suo programma, del ministro barese Maione, poi assassinato in una congiura ordita dal suocero Matteo Bonello.
Con l’avvento sul trono di Guglielmo II, migliorò il dialogo della monarchia normanna con il popolo e Napoli visse un periodo di relativa tranquillità; fu nominato un governo consolare alla cui composizione contribuirono non solo esponenti delle classi nobiliari ma anche dei mediani e del popolo. Maggiore autonomia, specie in ambito commerciale, fu conferita alla città da Tancredi di Lecce, nuovo sovrano che regnò dal 1189 al 1194 e riprisinò l’antica promissio riguardante l’esenzione dai dazi.

Ma un gesto eccessivo di Tancredi, che fece arrestare l’imperatrice Costanza (detenuta per un periodo anche a Napoli), e la debole reggenza del figlio di questi, Guglielmo III, non riuscirono ad impedire l’invasione del regno da parte degli Svevi che, con Enrico VI posero fine alla dominazione normanna, durata poco più di mezzo secolo.

Il nuovo sistema istituzionale e sociale

Regno di Sicilia 1154.svg

 Con l’avvento di Ruggero II, vennero implementate a Napoli, nuove istituzioni fondate sulla preminenza del potere regale che andava ad affiancarsi ai vecchi usi feudali e municipali. Il nuovo sovrano stabilì rapporti molto più stretti con la nobiltà mediante la concessione di privilegi feudali (per la prima volta, a Napoli furono istituite le figure dei “cavalieri” feudali), assicurandosi così un costante appoggio alla sua politica. Il “compalazzo” di nomina regia aveva importanti funzioni nell’ambito della vita cittadina, che andavano dall’amministrazione delle rendite demaniali alla gestione della giustizia sia civile che penale, sino al controllo della rete dei funzionari dell’amministrazione (i “conestabili”).

Fu anche grazie a questo nuovo sistema istituzionale che i re normanni riuscirono a controllare le rivolte, che pur non mancarono a Napoli e in altre zone campane e pugliesi del regno, che la classe dei “mediani”, costituita essenzialmente da milizie professionali, sobillò contro il potere regio; furono proprio i nobili, fedeli al re, che s’incaricarono di stroncare queste rivolte.
Negli ultimi anni del governo normanno (specie con Tancredi di Lecce al potere, che governò con un “consiglio di consoli” presieduto dal compalazzo), si arrivò addirittura a ristabilire i diritti dei cittadini su alcune terre precedentemente usurpate proprio dal potere regio nella contea di Aversa. In tale periodo s’intensificarono i contatti commerciali, specie con la repubblica di Amalfi, e alla cittadinanza napoletana fu concessa la possibilità di battere moneta.
Dal punto di vista sociale si andarono costituendo gruppi familiari che si radicavano in particolari aree del territorio cittadino e che, sempre più influenti, condividevano interessi economici e patrimoniali (i potentes o consortes). A queste consorterie civili si affiancarono gruppi di ispirazione religiosa come le confraternite o le estaurite.
Altro elemento che contribuì non poco al mutamento sociale del periodo post-ducale fu l’aggregazione dei piccoli monasteri di rito greco in strutture monastiche più grandi, che iniziarono a seguire il rito latino. Queste comunità, spesso urbane e non solo esterne alla città muraria come un tempo, beneficiando dei generosi lasciti patrimoniali delle classi aristocratiche napoletane, costituirono un elemento di garanzia per la stabilità del governo della città.

Periodo della dinastia sveva

Il trapasso dalla monarchia normanna a quella sveva, sia pure facilitato dai legami dinastici che vedevano la figlia di Ruggero II, Costanza, sposa di Enrico VI di Svevia, non fu indolore e condusse ad un periodo di crisi per la città di Napoli e più in generale per tutta l’Italia meridionale durato almeno un ventennio.

Già nel 1191, con Tancredi ancora in carica, la città si era opposta strenuamente alle truppe imperiali, resistendo per tre mesi ad un duro assedio; nel 1194 però Napoli dovette capitolare e fece atto di formale obbedienza all’imperatore. Alla morte di Enrico (1197), grazie anche ad un periodo di anarchia che ne seguì, la città ebbe un periodo di relativa autonomia, acquisendo anche una sua forza militare che mise in atto nella distruzione di Cuma, da dove imperversavano le truppe imperiali, avvenuta nel 1207.

Federico II

L’autorità imperiale fu ristabilita, non senza difficoltà, in seguito all’ascesa sul trono degli Hohenstaufen di Federico II. Questi era stato incoronato da papa Innocenzo III nel 1198, quando era ancora minorenne, e venne preso in tutela proprio dal Papa alla morte della madre Costanza, avvenuta anche questa nel 1198. Nel 1208 Federico fu dichiarato maggiorenne (aveva quattordici anni), e poté prendere possesso del regno in modo effettivo. L’anno seguente ebbero inizio le rivolte a Napoli, in Sicilia ed in Calabria, rivolte che il giovane sovrano riuscì brillantemente a reprimere, mostrando anche quell’insofferenza verso l’autorità ecclesiastica che lo avrebbe portato, anni dopo, alla scomunica irrogata dal Papa.

Gli aristocratici napoletani approfittarono della situazione di semi-anarchia che si era venuta a creare negli ordinamenti civili e ben presto si trovarono in rotta di collisione con Federico che, gravato dai problemi politici e militari esteri, riuscì a ristabilire l’ordine nei rapporti di vassallaggio soltanto a partire dal 1231, con la promulgazione delle Costituzioni di Melfi.

Federico II fu un sovrano molto attento alla cultura, in special modo a quella letteraria e giuridica (tra i suoi collaboratori è possibile citare il poeta Pier della Vigna e il giureconsulto Taddeo da Sessa). Nel 1224 istituì a Napoli lo Studio generale, la seconda università della penisola, e la prima statale. Nell’atto di fondazione si leggeva:

« Noi esigiamo per i Nostri servigi uomini dotti, formati nel fervore dello studio di Jus e Justitia, ai quali senza apprensione affidare l’amministrazione dello Stato »


Gli ultimi anni svevi: rivolte e assedi

Ampliò castel Capuano, diede incremento ai traffici, aggregò poi al compalazzo una Curia composta di cinque giudici e otto notai. Elementi fortemente negativi per l’autonomia cittadina furono invece la rigida politica di imposizione fiscale, l’abolizione delle autonomie comunali e della classe sociale dei notai (curiales) e la generalizzata ingerenza negli affari privati dei cittadini da parte dell’amministrazione fortemente accentrata del re; elementi che contribuirono a scatenare una sostanziale avversione verso lo stupor mundi (come lo svevo era soprannominato), fino a sfociare in aperta insurrezione popolare, alla notizia della sua morte, avvenuta nel 1250, contro il suo successore Corrado IV.

Nel 1251 Napoli si costituì a Comune libero ponendosi sotto la protezione del papa Innocenzo IV. Nel 1253 la città, in stato di assedio, dovette arrendersi a Corrado, decimata dalla pestilenza e dalla fame, dopo quattro mesi di resistenza. La vendetta di Corrado si attuò col diroccare parte delle mura, trasferire lo Studio a Salerno e imporre ulteriori onerose gabelle. Dopo la morte di Corrado (1254) la città si pose nuovamente sotto il papa Innocenzo IV, che si stabilì a Napoli, ma vi morì poco tempo dopo (1254). Nel conclave, tenutosi a Napoli, il 12 dicembre 1254 fu eletto papa Alessandro IV, che si ritirò a Roma all’avvicinarsi dell’esercito di Manfredi, fratello di Corrado IV. Sottomessa da Manfredi, dopo la sconfitta di quest’ultimo (Battaglia di Benevento, 1266), Napoli aprì le porte al nuovo re Carlo I d’Angiò.


Periodo della dinastia angioina e angioino-durazzesca

 Il Regno di Napoli nei suoi perimetri storici

Nel 1266 papa Clemente IV aveva assegnato il Regno di Sicilia a Carlo I d’Angiò. L’ingresso a Napoli del nuovo sovrano (fratello di Luigi IX di Francia), avvenne in modo trionfale il 7 marzo, dopo che il nuovo erede del regno era stato accolto da una delegazione di cavalieri napoletani alle porte di Aversa. Il cronista fiorentino Giovanni Villani descriverà più tardi il nuovo sovrano francese come «savio, di sano consiglio, e prode in armi, e aspro e molto temuto e ridottato da tutti i re del mondo, magnanimo e d’alti intendimenti», a testimonianza del grande prestigio che Carlo aveva assunto sullo scenario europeo.

Il prestigio di Carlo d’Angiò aumentò ulteriormente dopo la vittoria nella Battaglia di Tagliacozzo (1268), nella quale le truppe angioine sbaragliarono l’esercito di Corradino di Svevia, ultimo discendente diretto di Federico II e capo del partito ghibellino, che puntava alla riconquista del regno. Dopo un processo formale, il giovane svevo (che aveva solo sedici anni) fu condannato ad essere decapitato, condanna che venne eseguita al Campo Moricino (l’odierna piazza del Mercato) il 26 ottobre 1268. Fu questo il primo episodio di una lunga serie di vendette che furono consumate a Napoli contro tutti coloro che avevano appoggiato il partito svevo di Federico II e di Manfredi.

Nel 1284, in seguito alla rivolta dei Vespri Siciliani (scaturiti anche dalla scelta di trasferire la sede della corte da Palermo a Napoli), gli Angioini persero la Sicilia, che si consegnò ai sovrani aragonesi. I due regni continuarono a definirsi entrambi “di Sicilia”; in particolare, in quello continentale nacque la formula di Regno di Sicilia al di qua del Faro (Napoli) e Regno di Sicilia al di là del Faro(per approfondire, vedi Faro di Messina): le due parti rimasero formalmente separate, nonostante abbiano condiviso quasi sempre lo stesso sovrano, fino al 1816, quando venne costituito il Regno delle Due Sicilie.

Il periodo che seguì fu assai tumultuoso, con Carlo che cercò di riconquistare la Sicilia e gli Aragonesi, con a capo Pietro III d’Aragona, che risalirono il continente, impossessandosi dapprima della Calabria e giungendo poi a lambire Napoli, stabilendo presidi militari a Ischia e Capri e tentando, con l’ammiraglio Ruggiero di Lauria, di sbarcare a Nisida (1284).

L’ammiraglio degli Aragonesi fece prigioniero il figlio stesso del re; quest’ultimo dovette designare suo erede temporaneo il nipote Carlo Martello.

Alla morte di Carlo I, avvenuta nel 1285, vi fu un periodo di interregno durato tre anni, durante il quale fu il papa Onorio IV a gestire politicamente i territori angioini, con la promulgazione delle cosiddette Costituzioni di Sicilia, mentre non cessavano le incursioni aragonesi sulle coste di Sorrento, Castellammare, Positano ed Amalfi.

Il figlio del defunto re, Carlo II d’Angiò, detto lo Zoppo, allo scadere del periodo di prigionia in mano agli Aragonesi, fu incoronato nuovo re di Napoli nel 1289, riuscendo a garantire al regno alcuni anni di tranquillità anche in seguito alla stipula della Pace di Caltabellotta (1302), che limitava il regno degli Angioini al meridione continentale d’Italia e stabiliva che Federico III d’Aragona continuasse a regnare in Sicilia con il titolo di Re di Trinacria (e non di Sicilia).

Napoli capitale

Nel periodo dei primi re angioini la città, ormai ufficialmente promossa a capitale del Regno e sede di una delle più potenti monarchie europee, fu abbellita ed ampliata, e in essa sorsero numerose chiese monumentali grazie alle sovvenzioni regie. Ai due castelli preesistenti (Capuano e dell’Ovo), Carlo I aggiunse il Maschio Angioino (in cui avrebbe risieduto, insieme alla Sede papale, papa Celestino V ), al centro di un nuovo rione costellato di palazzi principeschi; la regina Giovanna d’Angiò, poi, fece costruire sulla collina che domina la città, un quarto castello, castel Sant’Elmo. La città divenne cosmopolita per la presenza di genovesi, fiorentini e provenzali, che risiedevano in quartieri distinti, con fondachi e chiese costruiti secondo lo stile delle terre di origine.

L’aumento dei traffici marittimi portò alla costruzione del cosiddetto Porto di mezzo e di nuovi arsenali.

Lo sviluppo di Napoli continuò con i successori di Carlo, soprattutto con Roberto d’Angiò. Roberto, salito al trono alla morte di Carlo II (avvenuta nel 1309 nell’ospizio reale della Casa Nova di Poggioreale), regnò per trentaquattro anni (1309-1343). Conosciuto come “il Saggio”, Roberto fu definito dal Boccaccio «il re più sapiente del mondo dopo Salomone», e godette di grande prestigio, soprattutto nei primi anni del regno. In questi anni anche l’Università napoletana divenne una delle più importanti d’Europa.

I gravi problemi del regno, il persistere e lo svilupparsi della feudalità e la contesa dinastica per la Sicilia, furono causa della successiva decadenza, aggravata da un ulteriore problema che la rese più rapida: le questioni dinastiche fra i vari rami degli Angioini.

La decadenza del Regno

 Una delle grandi costruzioni di epoca angioina: il castel Sant’Elmo

Il regno di Roberto il Saggio, caratterizzato sia da alcuni suoi infruttuosi tentativi di riconquista della Sicilia, sia dal suo coinvolgimento nelle vicende politiche italiane, dato che il sovrano era di fatto a capo del partito guelfo in Italia. Il 1343 fu l’anno in cui il re morì.

Mediante testamento, Roberto aveva designato alla successione sua nipote Giovanna, intendendo così favorire il marito di lei, Andrea d’Ungheria. Questa regina, incoronata in Santa Chiara il 28 agosto 1344, certamente figura controversa per la sua complessa personalità, è spesso la prima espressione di un sovrano interamente napoletano, grazie alla “naturalizzazione” progressiva che la dinastia francese degli Angiò aveva ormai compiuto nella sua permanenza in Italia meridionale.

Nel periodo in cui regnò Giovanna, si andarono accentuando i segnali di decadenza già emersi negli ultimi anni del regno di Roberto, con un progressivo aumento delle lotte tra fazioni e complotti, ed anche a causa del fallimento della politica estera angioina che non riusciva a ricostituire l’unità statale normanno-sveva, spezzata dalla conquista Aragonese della Sicilia.

Giovanna fu spalleggiata dalla nobiltà napoletana nell’opporsi alle rivendicazioni dinastiche di suo marito, appartenente al ramo ungherese degli angioini discendenti di Carlo Martello (fratello di Roberto il Saggio), e la regina fu probabilmente coinvolta anche nell’assassinio del marito, avvenuto il 18 settembre 1345 ad Aversa.

Ma le lotte dinastiche non cessarono con la morte di Andrea; Giovanna sposò in seconde nozze Luigi di Taranto: poco dopo, il cognato, (fratello del marito assassinato Andrea), Luigi d’Ungheria iniziò l’invasione del regno, costringendo la sovrana a fuggire in Provenza. Successivamente, però, anche Luigi fu costretto a ritirarsi a causa della terribile epidemia di peste nera che andava abbattendosi sulla città, mietendo più di 64.000 vittime.

Alcuni degli avvenimenti verificatisi a Napoli durante il periodo della dominazione angioina sono famosi ancor oggi e vivi nella memoria condivisa della città: la decapitazione del giovane Corradino di Svevia nel 1268, l’assassinio di Andrea d’Ungheria (marito di Giovanna I d’Angiò), l’entrata a Napoli di suo fratello Luigi, l’assedio della città da parte di Carlo di Durazzo, in seguito Carlo III, la reggenza di Margherita di Durazzo, le epidemie di peste nel 1348, 1362 e 1399, il maremoto del 1343, le lotte di Luigi II d’Angiò per ottenere il regno, il regime di Ladislao I d’Angiò, gli assedi alla città nelle lotte per la successione di Giovanna II d’Angiò (1414-1435) fra Renato d’Angiò e Alfonso V d’Aragona finché quest’ultimo, dopo essere penetrato nella città attraverso un acquedotto, nel 1442 poté occupare definitivamente Napoli e metter fine alla dinastia angioina durata quasi due secoli (1268-1442).

Traguardi artistici

Le testimonianze archeologiche della tradizione artistica napoletana in epoca preangioina sono molto limitate.

Molto più documentata è invece l’arte nella Napoli angioina. Alla corte di Napoli fu attivo Giotto, che affrescò parte dei locali della basilica di Santa Chiara (oggi il suo operato è riscontrabile in maniera frammentaria solo nel coro delle monache, a causa dei bombardamenti della seconda guerra mondiale), e anche Lello da Orvieto, Roberto d’Oderisio e Pietro Cavallini. Quanto all’architettura, oltre ai castelli precedentemente citati, il periodo angioino coincise anche con la costruzione di imponenti impianti gotici: la basilica di San Lorenzo Maggiore (con abside percorsa da ambulacro), la chiesa di San Domenico Maggiore, il già menzionato monastero di Santa Chiara e il duomo (per il quale furono chiamati architetti di estrazione francese).

Periodo della dinastia aragonese

L’egemonia aragonese nel 1385

Il primo dei re aragonesi, Alfonso il Magnanimo, non seppe conquistare l’animo dei Napoletani, soprattutto perché volle abolire il “seggio del popolo”, ma anche perché si circondò di Catalani e governò ricorrendo in modo esclusivo a soldati mercenari. Nel contrasto fra Angioini e Aragonesi s’innestava il conflitto interno fra la monarchia e i baroni, che si manifestò in episodi drammatici come la Congiura dei baroni sotto il regno del successore di Alfonso. Ciononostante, Alfonso I riconobbe a Napoli un’importanza primaria rispetto alle altre città del suo vasto territorio, trasferendo la capitale dell’Impero mediterraneo da Barcellona a Napoli e investendo somme immense per abbellirla ulteriormente. La città nel periodo alfonsino si pose anche tra i massimi centri dell’Umanesimo e del Rinascimento. Alfonso fu uno dei sovrani più appassionati dell’antichità, favorendo lo studio degli antichi autori. In questo periodo convennero alla Corte napoletana grandi personalità come Lorenzo Valla (che proprio a Napoli compose lo scritto sulla falsa Donazione di Costantino), il Panormita (che fondò una famosa accademia umanistica guidata successivamente dall’umbro Giovanni Pontano), Francesco Filelfo, Enea Silvio Piccolomini (in seguito papa Pio II). La biblioteca regia si accrebbe tanto che, già nel 1443, i contemporanei la definivano “librorum infinitorun ornata”. Per quanto riguarda l’architettura, sono da ricordare i rifacimenti alfonsini di castel Nuovo, danneggiato dalle continue guerre, con l’aggiunta di un mirabile arco di trionfo e la superba decorazione sala del trono (successivamente sala dei baroni). Alfonso protesse anche l’artigianato e le attività proto-industriali, introducendo nel regno la lavorazione della seta.Sotto i sovrani catalano-aragonesi la città di Napoli subì un notevole ampliamento, con la costruzione di una nuova cinta muraria con ventidue torri cilindriche. Si ebbe inoltre un notevole impulso demografico, tanto che la popolazione cittadina toccò i 110 000 abitanti sul finire del XV secolo grazie alle continue immigrazioni, non esclusa una numerosa colonia di ebrei profughi dalla penisola iberica e dalla Sicilia.

Per favorire l’ascesa al trono del figlio Ferdinando, Alfonso cedette le isole di Sicilia, Sardegna e Baleari a suo fratello Giovanni II di Aragona. Ferdinando (o Ferrante, o Ferrandino, 1458-1494), culturalmente ormai completamente italianizzato, continuò l’opera paterna di sviluppo edilizio e di mecenatismo. Si deve a lui l’ampliamento della cinta muraria ricordata in precedenza. Fra i principali monumenti edificati sotto il suo regno basti ricordare porta Capuana, palazzo Como, costruito fra il 1464 e il 1490, palazzo Diomede Carafa, costruito attorno al 1470, la facciata del palazzo dei principi di Salerno, attualmente facciata della chiesa del Gesù Nuovo (1470 circa).

Il favore popolare di cui godettero gli ultimi Aragonesi, soprattutto Alfonso II, fu comunque scarso. Dopo gli effimeri regni di Ferdinando I e Federico d’Aragona, la breve apparizione di Carlo VIII e la nuova occupazione francese, nel maggio del 1503 Napoli accolse festosamente il Gran Capitano Gonzalo Fernández de Córdoba. Ferdinando il Cattolico dichiarò l’annessione del regno di Napoli al regno d’Aragona (in unione dinastica a quello di Castiglia) e lo costituì in vicereame.

Età Moderna

Carlo VIII: la presa di Napoli e le Guerre d’Italia

Pacificati i rapporti con le potenze europee, Carlo VIII, che vantava attraverso la nonna paterna Maria d’Angiò un diritto ereditario alla corona del Regno di Napoli, indirizzò le risorse militari della Francia verso la conquista di quel reame, incoraggiato da Ludovico il Moro (che ancora non era duca di Milano) e sollecitato dai propri consiglieri guillaume Briçonnet e de Vers. Il re voleva impossessarsi di Napoli anche con lo scopo di farne la base per attaccare l’Impero ottomano.
Le truppe francesi entrano a Napoli

L’esercito di Carlo VIII, formato da 30.000 effettivi con un’artiglieria moderna, valicò le Alpi, minando così il delicato equilibrio politico degli Stati italiani sancito dalla pace di Lodi. Lungo la sua marcia, Carlo distrusse varie città e le armate del Regno di Napoli e dello Stato Pontificio: ciò impaurì molto gli abitanti della penisola, non abituati ad un esercito di tali proporzioni e violenza.

La rapidità e la facilità con cui Carlo VIII fu incoronato re di Napoli, e la posizione di dominio in Europa che gli derivava dall’unione delle corone di Francia e di Napoli, suscitarono una Lega antifrancese, composta da Venezia, dall’Austria, dal Papato, dal Ducato di Milano e dalle due monarchie spagnole. Dopo poco più di un anno, Carlo comprese che era giunto il tempo di ritirarsi in Francia. Un esercito formato dagli Stati italiani tentò di sbarrargli la strada: pur sconfitto, Carlo VIII riuscì a sfuggire all’accerchiamento, al costo della perdita di gran parte delle sue truppe. La sua fallimentare calata su Napoli diede però inizio alle celebri guerre d’Italia (definite “horrende” da Niccolò Machiavelli), in cui gli Stati italiani si ritrovarono alla mercé delle potenze europee.

Il Viceregno spagnolo

La Napoli spagnola copre un arco di tempo che va dal 1503 al 1713: una grande moltitudine di viceré si susseguì al governo cittadino, e dovette fare i conti con i dirigenti che risiedevano molto lontano, nella capitale (in realtà, prima del 1561l’Impero spagnolo non aveva una capitale ufficiale. Venne stabilita nella piccola cittadina di Madrid da Filippo II, forse a causa della sua posizione centrale nella penisola Iberica), i quali percependo le problematiche secondo la loro prospettiva, solo alquanto di rado erano propensi ad intendere quanto veniva riferito dalla periferia. In aggiunta vi furono complicanze locali, non tanto perché i viceré erano spagnoli e per dovere di mandato delineavano i compensi della Spagna, quanto per vantaggi personali, dispute, ecc. A loro volta tali figure erano poi mosse da vizi, debolezze, ecc. che influenzarono senza dubbio il loro operato politico.

 Napoli nel XVI secolo

Durante questa parentesi storica, la città partenopea non cadrà in una condizione provinciale, tutt’altro. Napoli assurse ad un grado di crescita demografica (il secondo agglomerato urbano del Mediterraneo dopo Istanbul; il primo, probabilmente, del cristianesimo occidentale del XVI secolo), economica, culturale, urbanistica, divenendo uno dei massimi centri della monarchia in oggetto ma divenendo anzitutto il grande centro del Mediterraneo. Il suo enorme rifornimento alimentare rappresentava, oltre che un drammatico problema, pure un considerevole organismo di prestigio sia economico che politico; i livelli di produzione partenopei erano alquanto frenetici con rilevanti esercizi nel comparto tessile. La città era cresciuta a dismisura, ma non era progredita, non aveva potuto assimilare il costante flusso migratorio nel proprio tessuto socio-economico: conosceva di già la piaga dell’urbanesimo e non esisteva in primis una classe dirigenziale capace di far fronte a questa crescita esponenziale. Sul fronte politico l’inserimento, a forza di cose, del baronato nell’organizzazione di governo comportò una paralisi socio-politica che minò gravemente sia lo sviluppo in chiave moderna dello stato sia i meccanismi di crescita economica. Culturalmente Napoli divenne un centro così florido che, negli istanti più illustri del siglo de oro, oltrepassò, per la sua facoltà di attirare le personalità più estrose dell’Impero, la corte madrilena.

La città, sul piano urbanistico, vide le trasformazioni attuate da Don Pedro di Toledo. Costui chiuse la città sia da terra che da mare e fece costruire via Toledo e i Quarteras.

Sul fronte bellico il Regno di Napoli venne minacciato dalla lega santa di Papa Clemente VII. Lo scopo della lega fu quello di cacciare gli spagnoli da Napoli e di consegnare il meridione ai francesi. Dopo la prima sconfitta della lega a Roma, i francesi risposero assediando Melfi e successivamente nel 1528 la stessa capitale. Intanto Otranto e Manfredoniavenivano occupate dalla Serenissima. Quando la flotta genovese passò dallo schieramento francese a quello spagnolo, l’assedio di Napoli si tramutò nell’ennesima sconfitta dei nemici della Spagna. Le ostilità francesi contro i domini spagnoli in Italia però non cessarono: Enrico II di Francia si alleò con l’Impero Ottomano. Nel 1552 la flotta turca attaccò quella imperiale a Ponza, sconfiggendola. La flotta francese però non riuscì a ricongiungersi con quella ottomana e l’attacco a Napoli fallì.

Napoli in questo periodo storico dovette vedersela anche con le scorrerie turche (che arrivarono a depredare il borgo di Chiaia), con una terribile pestilenza, con una grande calamità naturale e con numerose sollevazioni popolari: ora dovute ai tentativi inquisitori (vedi anticurialismo), ora alle pressioni fiscali, la più famosa e ardimentosa delle quali fu quella che vide protagonista il popolano Masaniello.

La rivolta di Masaniello

Il grido con cui il pescatore Masaniello sollevò il popolo il 7 luglio fu: «Viva il re di Spagna, mora il malgoverno», secondo la consuetudine popolare tipica dell’Ancien régime di cercare nel sovrano la difesa dalle prevaricazioni dei suoi sottoposti. Dopo dieci giorni di rivolta che costrinsero gli spagnoli ad accettare le rivendicazioni popolari, a causa di un comportamento sempre più dispotico e stravagante Masaniello fu accusato di pazzia, tradito da una parte degli stessi rivoltosi ed assassinato all’età di ventisette anni.Nel corso della prima metà del XVII secolo il paese cadde in una crisi socio-economica alquanto grave, comune a tutta Europa ma aggravata a Napoli da un governo lontano dagli interessi locali e teso in quel momento solo a finanziare le guerre sempre più dispendiose in corso sul teatro europeo. Per sostenere lo sforzo bellico furono chiesti al Regno elevati balzelli. Nel 1646 Rodrígo Ponce de León, duca d’Arcos aumentò in maniera ulteriore le tasse e l’anno successivo, con il lievitare del costo della frutta (l’alimento più consumato dai ceti umili del tempo), si scatenò la rivolta.

Con la fine di Masaniello la rivolta tuttavia non si spense ed anzi assunse, sotto la guida del nuovo capopopolo Gennaro Annese, un marcato carattere antispagnolo. Gli scontri contro la nobiltà ed i soldati si susseguirono violentissimi nei mesi successivi, fino alla cacciata degli spagnoli dalla città. Il 17 dicembre fu infine proclamata la Real Repubblica Napoletana sotto la guida del duca francese Enrico II di Guisa, che in qualità di discendente di Renato d’Angiò rivendicava diritti dinastici sul trono di Napoli. L’esempio di Masaniello fu poi seguito anche da popolani di altre città: da Giuseppe d’Alesi a Palermo, e da Ippolito di Pastina a Salerno. La parentesi rivoluzionaria si concluse solo il 6 aprile 1648, quando don Giovanni d’Austria, figlio naturale di Filippo IV, alla guida di una flotta proveniente dalla Spagna riprese il controllo della città.
Nel 1701, più di cinquant’anni dopo la rivolta popolare, ci fu un altro tentativo di insurrezione contro il governo spagnolo, ma stavolta da parte della nobiltà: la congiura di Macchia. La ribellione nobiliare fallì anche a causa di una scarsa partecipazione dei ceti umili, memori dell’ostilità dei nobili durante la rivolta di Masaniello. Fallita anche la congiura di Macchia, il dominio spagnolo su Napoli continuò senza più opposizioni fino al 1707, anno in cui la guerra di successione spagnola pose fine al viceregno iberico sostituendogli quello austriaco. La notizia della ribellione guidata dal pescivendolo napoletano varcò i confini del regno ed attraversò rapidamente tutta l’Europa. La Francia, all’epoca saldamente guidata dal cardinale Mazzarino, sostenne la rivolta in funzione antispagnola ed appoggiò l’impresa di Enrico II di Guisa allo scopo di far rientrare il Regno di Napoli sotto l’influenza francese.

L’eruzione del 1631 e la grande peste del 1656

Portici, Resina (l’antica Ercolano), Torre del Greco e Torre Annunziata furono semidistrutte, mentre la frazione Pietra Bianca fu ridenominata, da allora, Pietrarsa. Le vittime accertate in quell’area furono tremila; molti di più furono gli animali (soprattutto bovini) uccisi dal torrente di lava. A ricordo dell’evento eruttivo, vi è la statua del santo patrono San Gennaro al Ponte della Maddalena, rivolta verso il Vesuvio; a Portici una lapide fatta murare dal Viceré, ammonisce il viandante a fuggire al minimo rumoreggiare del vulcano. Sebbene il Vesuvio minacciò prevalentemente i paesi vesuviani anziché Napoli, quest’ultima dovette comunque far fronte a varie problematiche interne, ovvero: un rapido incremento demografico a causa dei fuggitivi (circa 44.000), la considerevole pioggia di cenere abbattutasi sulla città (25–30 cm) e discreti eventi sismici. Le cronache dell’epoca, inoltre, ci parlano di una città in subbuglio, in preda al terrore; molta gente si serrò nelle case, altre presero d’assalto le chiese per cercar rifugio o per confessarsi, altre ancora si recarono sul lungomare per rivolgere verso il Vesuvio statue ed altri oggetti sacri, come forma di scongiuro. In seguito i napoletani ringraziarono il loro Santo patrono per lo scampato pericolo, attraverso la costruzione della Guglia di San Gennaro.Nel 1631 ci fu un’altra terribile eruzione del Vesuvio, la più catastrofica dopo quella del 79 d.C.. Dopo numerosi eventi premonitori quali rigonfiamento del suolo, piccoli terremoti, all’alba del 16 dicembre il Vesuvio rientrò in attività dopo un periodo di riposo di 130 anni, con l’apertura di una bocca laterale sul versante Sud-Est con una iniziale fase di attività stromboliana. Una prima fase espulse ceneri frammiste all’acqua che scescero a valle a grandi velocità, oltre a colonne di vapore. Successivamente ebbe luogo una violenta attività esplosiva dal cratere centrale con un’alta colonna di ceneri, pomici e gas. Nella seconda parte della giornata del 16 dicembre e nella successiva del 17 vi fu l’emissione dei flussi piroclastici che mieterono le prime vittime a Portici, Torre del Greco e negli altri paesi ai piedi del vulcano e costrinsero gran parte della popolazione a cercar rifugio a Napoli.

Tuttavia, Napoli, nonostante seppe tener testa alle problematiche scaturite dall’eruzione del 1631 e a alle questioni riconducibili alla pesante dominazione spagnola, di lì a poco si sarebbe rivelata del tutto impotente davanti alla grande peste del 1656.

La peste del 1656 fu un’epidemia che colpì parte dell’Italia, in particolare il Regno di Napoli. A Napoli pare fosse arrivata dalla Sardegna ed il tasso di mortalità oscillò tra il 50 e il 60 % della popolazione. Napoli da una popolazione di 400.000 abitanti si ridusse ad averne circa 160.000. Tuttavia la città seppe riprendersi presto, come ci è confermato anche da L. De Rosa:

« La crescita demografica riprese vivace nei primi decenni del Seicento. Ed anche se la peste del 1656 decimò la sua popolazione alla fine del Seicento Napoli presentava un numero di abitanti maggiore che agli inizi del Cinquecento. Se Londra non fosse cresciuta nel corso del Seicento, nonostante l’incendio che l’aveva devastata, Napoli sarebbe stata, agli inizi del Settecento, non la terza, ma ancora dopo Parigi, la seconda città d’Europa per popolazione. »

Palazzo Donn’Anna,una delle costruzioni barocche della città

 Nell’ottobre del 1606, l’arrivo di Caravaggio a Napoli provocò un vero e proprio sconvolgimento nel panorama artistico della città, influenzando molti pittori locali.

L’artista napoletano ad essere maggiormente influenzato da Caravaggio fu Battistello Caracciolo, già probabilmente allievo di Belisario Corenzio, importante frescante che eseguì, oltre agli affreschi nella certosa di San Martino, numerosi lavori presso diverse chiese napoletane (su tutti quello presente nella chiesa del Pio Monte della Misericordia raffigurante la Liberazione di san Pietro). Il Caracciolo esprime appieno la grande rivoluzione caravaggesca delle tonalità della luce e dell’uso dell’ombra, abbandonando però gradualmente il realismo del maestro e avvicinandosi a modelli idealizzati classicisti probabilmente in seguito ai viaggi a Roma e Firenze.

Da un punto di vista architettonico i temi barocchi, uniti a quelli del manierismo toscano, influenzarono soprattutto il primo trentennio del XVII secolo. Ma solo nel Settecento, con Ferdinando Sanfelice, il Barocco napoletano si indirizzò verso una vera sensibilità barocca per forme spaziali complesse. Nel Seicento furono attivi gli architetti Giovanni Antonio Dosio, il ferrarese Bartolomeo Picchiatti ed il lucano Francesco Grimaldi. Tuttavia la figura di spicco del secolo fu Cosimo Fanzago. A questo periodo sono riconducibili: la chiesa dei Girolamini, i grandi rifacimenti della certosa di San Martino, la basilica di Santa Maria della Sanità, la fontana del Gigante, la cappella del Tesoro, ecc.

La produzione letteraria in prosa scoprì le risorse della letteratura dialettale, mentre per quanto concerne la produzione musicale, in contrapposizione all’opera seria, in città si sviluppò l’opera comica.

Giulio Cesare Cortese pose le basi per la dignità letteraria ed artistica della lingua napoletana. Contemporaneo di quest’ultimo fu Giovan Battista Marino, considerato il massimo rappresentante della poesia barocca in Italia. La sua concezione di poesia, che, esasperando gli artifici del manierismo era incentrata su un uso intensivo delle metafore, delle antitesi e di tutti i giochi di rispondenze foniche, a partire da quelli paronimici, sulle descrizioni sfoggiate e sulla molle musicalità del verso, ebbe ai suoi tempi una fortuna immensa, paragonabile solo a quella del Petrarca prima di lui (vedi marinismo).

Sebbene lo stile comico iniziò a svilupparsi con La Cilia (1707) di Michelangelo Faggioli su libretto di Francesco Antonio Tullio, considerata la prima opera comica in assoluto, fu solo con Il trionfo dell’onore di Alessandro Scarlatti del 1718 (prima opera comica dello Scarlatti) che il genere prese coscienza di sé.

Infine, da un punto di vista filosofico, Giambattista Vico delineò i tratti di un nuova attività culturale basata non soltanto sulla ragione, ma anche sull’estro, sui sentimenti e l’ingegno, del tutto in contrasto col pensiero cartesiano.

Il Viceregno austriaco e la riconquista dell’indipendenza coi Borbone di Napoli


Le riqualificazioni urbane e la nuova capitale

Nel corso della Guerra di successione spagnola, l’Austria conquistò Napoli e la tenne fino al 1734, quando con Carlo III di Borbone – dopo la guerra di successione polacca – il regno tornò indipendente. Il breve periodo austriaco fu caratterizzato da un gravosa politica di prelievi fiscali (dapprima dovuta dalle spese di guerra nelle quali l’Impero asburgico si era invischiato e poi dal tentativo di risanare le finanze statali) e da un intervento rivolto a limitare gli immobili di proprietà di chiese e conventi. Un intervento che avrebbe dovuto contrastare il vecchio problema di carenza di alloggi, vista l’elevata popolazione (310.000 abitanti). Per gli stessi motivi a questo periodo si rifà l’abolizione delle Prammatiche spagnole (1718) che avevano bloccato l’espansione urbana fuori dalle mura. Con Carlo III la città vide importanti segni in numerosi settori (fisco, commercio, difesa, economia, ecc.), ma soprattutto in quello edilizio, e l’opera di Carlo (che nel 1759 lasciò Napoli per assumere la corona di Spagna) fu continuata dal figlio Ferdinando IV, finché non venne rovesciato dalle correnti rivoluzionarie e dalle truppe francesi nel 1799.

 

 La Reggia di Caserta

Nel 1737 Carlo affidò a Giovanni Antonio Medrano e ad Angelo Carasale il compito di costruire un grande teatro d’opera, che avrebbe dovuto sostituire il Teatro San Bartolomeo. L’edificio fu edificato in circa sette mesi, dal marzo all’ottobre, e fu inaugurato il 4 novembre, onomastico del re, da cui prese il nome di Real Teatro di San Carlo. L’anno seguente Carlo commissionò agli stessi architetti, affiancati questa volta da Antonio Canevari, la costruzione delle regge di Portici (comune alle porte di Napoli) e di Capodimonte. La prima fu per anni la residenza preferita dei sovrani, mentre la seconda, concepita inizialmente come casino di caccia per la vasta area boscosa circostante, fu in seguito destinata a ospitare le opere d’arte farnesiane che Carlo aveva trasferito da Parma.Con l’avvento di Carlo III di Spagna Napoli vide soprattutto un ambizioso programma di opere architettoniche.

Intenzionato a costruire un palazzo che potesse rivaleggiare con Versailles in magnificenza ed intenzionato a dare al regno una “nuova capitale” più sicura da eventuali offese da mare (vedi spedizione navale britannica contro Napoli del 1742), nel 1751 il re Carlo decise di costruire la più importante tra le residenze reali a Caserta, località dov’egli possedeva già un padiglione di caccia e che gli ricordava il paesaggio che circondava il Palazzo Reale della Granja de San Ildefonso in Spagna. Della costruzione di Caserta Nuova fu incaricato Luigi Vanvitelli. Il grande vialone monumentale lungo circa 20 km (rimasto incompiuto), posto tra la grande cascata della reggia e Napoli, metteva idealmente in collegamento la nuova capitale casertana con la metropoli partenopea. La grande reggia era connessa teoricamente con Napoli tramite il grande nastro bianco che, distaccandosi dalla cascata, dava l’impressione di tracciare la grande via d’acqua che conduceva alla capitale. Il vialone doveva essere affiancato da ruscelli, ma il progetto non fu mai concretizzato.

Al Vanvitelli fu assegnato inoltre il compito di disegnare il Fòro Carolino (oggi piazza Dante, all’epoca chiamata largo del Mercatello). Il Fòro Carolino fu costruito a forma di emiciclo e cinto da un colonnato, alla cui sommità furono poste ventisei statue raffiguranti le virtù di re Carlo, alcune delle quali scolpite da Giuseppe Sanmartino. La nicchia centrale del colonnato avrebbe dovuto ospitare una statua equestre del sovrano, mai realizzata. Sul piedistallo furono incise iscrizioni di Alessio Simmaco Mazzocchi.

Altra importante costruzione fu l’Albergo dei Poveri, edificio dove gli indigenti, i disoccupati e gli orfani avrebbero ricevuto ospitalità, nutrimento ed educazione. La costruzione del palazzo, ispirata dal predicatore domenicano Gregorio Maria Rocco, fu affidata all’architetto Ferdinando Fuga e s’iniziò invece il 27 marzo 1751. Il volume dell’edificio, paragonabile alla stessa Reggia di Caserta, con un fronte di 400 metri ed una superficie utile di 103.000 m², misura solo la quinta parte di quello previsto dal progetto originale (fronte di 600 metri, lato di 135). La piazza antistante la facciata principale era chiamata piazza del Reclusorio, dal nome popolare del palazzo, fino al 1891, quando fu rinominata piazza Carlo III.

Napoli capitale illuministica

 Napoli nel XVIII secolo

Nel periodo borbonico Napoli, con la capitale francese, fu quella che meglio espletò il “secolo dei lumi”; infatti, non assorbì semplicemente questa corrente, anzi, la generò in buona parte dando vita a nuove forme architettoniche, a nuovi pensieri filosofici e ponendo le basi dell’economia e del diritto moderno. In realtà Napoli era già stata il centro vitale della filosofia naturalistica del Rinascimento, ed ora tornò a dare nuovo impulso al pensiero di diversi esponenti, quali ad esempio Mario Pagano, uno dei più importanti giuristi e politici italiani dell’epoca rivoluzionaria, che in gran parte si rifacevano all’opera di Giambattista Vico, eliminando però gli aspetti cristiani della sua filosofia.

Rilevanti furono le costruzioni di imponenti edifici pubblici, fra tutti il già citato real Albergo dei Poveri (detto anche palazzo Fuga dal nome dell’architetto che lo ideò e realizzò), che è tra le più notevoli costruzioni settecentesche, tipicamente illuminista. Politicamente, le prese di posizione anticuriale ed antifeudale del governo napoletano divennero modelli d’ispirazione che riscossero successo anche all’estero.

Da ricordare anche la nascita della scuola economica di Antonio Genovesi, che portò diverse innovazioni nel campo dell’economia nazionale e non solo, seguito anche in Puglia dal letterato Ferrante de Gemmis Maddalena, che fondò una Accademia illuminista.Altri nomi di spicco che posero le basi della moderna economia politica, delle discipline economiche e monetarie sono: Ferdinando Galiani e Gaetano Filangeri. Quest’ultimo in particolare, con la sua scienza della legislazione, farà da ispirazione agli artefici della Rivoluzione francese.

Gli ultimi illuministi napoletani, come Mario Pagano, Ignazio Ciaia e Domenico Cirillo aderirono alla Repubblica Napoletana, finendo quindi giustiziati il 29 ottobre 1799 a seguito del ripristino del potere borbonico.

La riscoperta di Pompei ed Ercolano e l’impatto sull’Europa

Gli scavi archeologici di Ercolano e Pompei (le prime campagne al mondo di scavo sistematiche condotte da Roque Joaquín de Alcubierre e Karl Jakob Weber a partire dal 1738) e le relative scoperte, ebbero enorme influenza nella formazione del gusto o moda neoclassica internazionale, che a Roma trovò sistematizzazione teorica nello stile Neoclassico. Inizialmente i rinvenimenti non diedero luogo ad un rinnovamento stilistico locale, che si ebbe tardivamente con l’arrivo di artisti non autoctoni nei cantieri regi, della Reggia di Caserta in primis.

La repubblica partenopea

La bandiera della Repubblica Partenopea

La Repubblica Napoletana sorta nel 1799 sul modello di quella francese ebbe vita breve ma intensa, non incontrando però mai il favore popolare essendo i suoi esponenti intellettuali molto lontani dalla conoscenza delle necessità reali del popolo. La Repubblica inoltre, sebbene non riconosciuta dalla Francia, fu di fatto sottoposta a una “dittatura di guerra” francese che ne limitò di molto l’autonomia e la costrinse a sostenere le ingenti spese causate principalmente dalle richieste dell’esercito francese costantemente in armi sul suo territorio. A questo si aggiunse una fortissima repressione contro gli oppositori del nuovo regime che certo non aiutò a conquistare le simpatie popolari (alcune fonti parlano di oltre 1500 persone condannate a morte e fucilate dopo sommari “processi politici” in tutto il Regno).

La Repubblica fu comunque spazzata via dopo pochi mesi dall’armata sanfedista giunta sul Ponte della Maddalena e guidata dal cardinale laico Fabrizio Ruffo: appoggiato dalla flotta inglese e formata in gran parte dai cosiddetti “lazzari” (i popolani napoletani filo-borbonici). La riconquista di Napoli da parte di Ferdinando fu però segnata dalla repressione nei confronti dei maggiori esponenti della Repubblica Napoletana, seguita da circa un centinaio di esecuzioni.

Età Contemporanea

Il Regno di Bonaparte e Murat

 Il Regno delle Due Sicilie

Dopo pochi anni, comunque, nel 1806, Napoli fu conquistata nuovamente dai francesi (nonostante la vittoria anglo-napoletana di Maida, in Calabria). La guerra continuò fino al 1808 quando tutta la parte continentale del Regno fu conquistata e posta sotto il controllo di Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone.

Nel 1811 il re Gioacchino Napoleone Murat, grande urbanista, vi fece istituire la Scuola di applicazione per il corpo degli ingegneri di ponti e strade, costituitasi come Scuola superiore politecnica ai primi del XX secolo per poi essere aggregata all’attuale università Federico II diventando, nel 1935, la prima facoltà di Ingegneria in Italia. Murat sopravvisse di poco a Napoleone e fu spodestato dai Borbone; tentò con uno sbarco in Calabria la riconquista armata del regno, finendo fucilato a Pizzo, in rispetto di una legge emessa dallo stesso Gioacchino.

Nel 1815 la città ritornò in mano a Ferdinando e ai Borbone, con la Restaurazione successiva alla caduta di Napoleone Bonaparte. Il ritorno dei Borbone avvenne grazie al Trattato di Casalanza, firmato il 20 maggio 1815 presso Capua, in casa dei Baroni Lanza.

Il ritorno dei Borbone e il Regno delle Due Sicilie

L’8 dicembre 1816, Ferdinando IV riunì in un unico Stato i regni, fino a quel momento solo formalmente divisi, di Napoli e Sicilia con la denominazione di Regno delle Due Sicilie (con Napoli capitale), abbandonando per sé il nome di Ferdinando IV di Napoli e III di Sicilia ed assumendo quello di Ferdinando I delle Due Sicilie.

 La Bandiera del Regno delle Due Sicilie, adottata il 25 giugno 1860

Il 1820 in Europa fu l’anno delle agitazioni contro l’assolutismo monarchico, e a Napoli queste si manifestarono nella rivolta capitanata da Guglielmo Pepe. Intimorito da queste nuove difficoltà, Ferdinando acquisì un comportamento ambiguo, elargendo dapprima la Costituzione, e chiedendo poi l’aiuto austriaco, per poterla ritirare. In seguito salì al trono il figlio Francesco I delle Due Sicilie che non lasciò importanti segni nella storia cittadina.

Con la salita al trono di Ferdinando II Napoli vide numerosi impulsi in molti settori. Sul piano politico nel 1848, con le sommosse liberali, anche a Napoli si verificarono sollevazioni popolari che si conclusero con la promulgazione della carta costituzionale.

La spedizione dei Mille e la fine del regno

Alla morte del re Ferdinando gli succede il giovane Francesco II, che sarà l’ultimo Re delle Due Sicilie. Nel 1860 il Regno delle Due Sicilie venne conquistato dai Garibaldini e dalle truppe del Regno di Sardegna, le quali attaccarono il regno senza dichiarazione di guerra, fino al decisivo assedio di Gaeta del 1860-61. Giuseppe Garibaldi entrò a Napoli il 7 settembre trionfalmente acclamato dalla popolazione. Un plebiscito sancì l’unione al Regno d’Italia.

Napoli dopo l’Unità d’Italia

L’ingresso di Garibaldi a Napoli, il 7 settembre 1860, nell’attuale piazza 7 settembre

Il Regno d’Italia nel 1920

 La Mostra d’Oltremare, simbolo delle espansioni ad ovest

« Napoli da allora è una capitale europea soppiantata, non decaduta, ma soppressa. Come se Londra fosse stata soppiantata da Edimburgo. »

In molti territori del vecchio Regno l’opposizione al nuovo regime, promossa in parte dal vicino Stato della Chiesa, durò per un decennio, con angherie e devastazioni. Decine di migliaia di soldati meridionali furono rinchiusi in precarie condizioni nel Forte di Fenestrelle in Piemonte. Questo episodio, a lungo poco considerato dalla storiografia risorgimentale, è oggetto di interpretazioni divergenti. Parte della guerriglia contro le forze piemontesi si organizzò con il brigantaggio.

Perso il rango di capitale del Regno delle Due Sicilie, quando il 25 marzo 1861 alla camera si discusse della scelta circa la capitale del nuovo stato, la città venne appoggiata da Massimo d’Azeglio, opponendosi così a Cavour e alla sua idea di Roma capitale. Qualche anno più tardi, quando si trattò di spostare la sede del governo da Torino per motivi militari, la città venne ritenuta la favorita assieme a Firenze. Napoli, in quanto città più popolosa d’Italia e tra le prime in assoluto in Europa, venne considerata dal consiglio dei ministri una candidata particolarmente adatta, ma non ottenne l’appoggio del re: «Andando a Firenze, dopo due anni, dopo cinque, anche dopo sei se volete, potremo dire addio ai fiorentini e andare a Roma; ma da Napoli non si esce; se vi andiamo, saremo costretti a rimanerci. Volete voi Napoli? Se ciò volete, badate bene, prima di prendere la risoluzione di andare a stabilire la capitale a Napoli, bisogna prendere quella di rinunziare definitivamente a Roma». La scelta, ad ogni modo, affidata a cinque generali, cadde tuttavia su Firenze in quanto Napoli non sarebbe stata sufficientemente difendibile con la flotta italiana che non era ai livelli di quella francese o inglese.

A causa dell’unificazione della penisola Napoli piombò in una profonda crisi (denunciata anche dalla scrittrice Matilde Serao nei suoi libri Il ventre di Napoli e Il paese di Cuccagna) che balzò all’attenzione del nuovo stato soltanto a cominciare dagli anni 80: in primo luogo con l’emergenza dovuta all’epidemia di colera del 1883, affrontata con i grandi interventi urbanistici, e poi, verso la fine del secolo, a causa dei ritardi economici e sociali fronteggiati con leggi speciali e misure straordinarie.

I grandi interventi urbani frutto del colera del 1883 furono ipotizzati sin dalla metà dell’Ottocento. Sotto la spinta del sindaco di allora, Nicola Amore, nel 1885 fu approvata la Legge per il risanamento della città di Napoli e il 15 dicembre 1888 venne fondata la Società pel Risanamento di Napoli (confluita dopo varie vicissitudini nella Risanamento S.p.A.): allo scopo di risolvere il problema del degrado di alcune zone della città che era stato, secondo il sindaco Amore, la principale causa del diffondersi del colera. Si decise l’abbattimento di numerosi edifici per fare posto al corso Umberto I, e alle piazze Nicola Amore (piazza Quattro Palazzi) e Giovanni Bovio (piazza Borsa) e alla Galleria Umberto I. In realtà alle spalle dei grandi palazzi umbertini la situazione rimase immutata: essi infatti servirono a nascondere il degrado e la povertà di quei rioni piuttosto che a risolverne i problemi. Furono abbattuti anche molti monumenti di rilievo e sventrate intere zone medievali.

Nel 1900 in città si riscontrò un grave scandalo – una specie di tangentopoli ante-litteram che portò al commissariamento di Napoli. A trentanove anni dall’unificazione italiana la città era già stata commissariata nove volte. Le cause di ciò furono da riscontrare nelle contingenze storiche post-unitarie che portarono fino all’Inchiesta Saredo. La città infatti, perso il ruolo di capitale, ambiva a crearsi una nuova immagine identitaria. Nel 1891 fu nominato Giuseppe Saredo come Commissario Regio di Napoli. Nel 1900 fu membro di una Commissione d’inchiesta sulla città, divisa in più parti, che indagò sul risanamento, le fognature, l’acquedotto del Serino, ecc. La Commissione provò i legami con la camorra e l’amministrazione.Alla fine del XIX secolo Napoli divenne uno dei principali porti dal quale partivano le spedizioni per le colonie d’oltremare (Libia, Eritrea, Somalia, il Dodecanneso e successivamente Etiopia) ma soprattutto, diventò uno dei principali porti dal quale milioni di italiani emigrarono in Argentina e negli Stati Uniti.

Durante la settimana rossa, una reazione popolare scaturita dall’uccisione di tre operai da parte delle forze dell’ordine, anche a Napoli ci furono rilevanti disordini, come quello del 10 giugno 1914 in cui un corteo di socialisti ed anarchici tentò di assaltare la stazione centrale. Oltremodo nel 1863 la città stessa era stata teatro del primo eccidio della storia operaia italiana. I lavoratori della locale fabbrica ferroviaria di Pietrarsa scesero in sciopero ma furono aggrediti dalle forze dell’ordine. Ci furono 20 feriti e 4 morti.

L’11 marzo 1918 nel corso del primo conflitto mondiale, pur trovandosi molto distante dalla zona di conflitto, la città fu bombardata dal dirigibile tedesco L.58 partito da una base bulgara. Il dirigibile, che aveva come obiettivo le officine metallurgiche ILVA di Bagnoli e le strutture portuali, sganciò 6400 kg di bombe causando 16 vittime e 40 feriti tra la popolazione civile.


Periodo fascista

Colpita duramente anch’essa, come le altre città italiane, durante la crisi economica del primo dopoguerra, Napoli si riprese, in parte, durante il ventennio fascista.

Napoli, nonostante dal 1860 avesse perduto il suo ruolo politico, riuscì comunque a rimanere non solo capitale culturale ma anche economica del mezzogiorno, almeno per un altro cinquantennio. Dopo tale periodo, la città ritrovò una sua identità nel periodo fascista, assumendo un ruolo di fondamentale importanza nel paese. Napoli infatti andava riassumendo in maggior misura, nella nuova veste di città porto dell’Impero italiano (anche se quest’ultimo perse il ruolo militare, dato che la flotta venne trasferita a Taranto), la funzione svolta durante gli anni dell’espansione coloniale italiana. A tal proposito in città venne costruita la grande Mostra d’Oltremare. Essa fu ideata ed allestita nel 1937 parallelamente all’EUR di Roma, per ospitare una manifestazione diretta a celebrare l’espansione politica ed economica dell’Italia sui mari e nelle cosiddette terre d’oltremare, per aiutare lo sviluppo economico del mezzogiorno e per spronare l’espansione ad ovest della città, ovvero verso i Campi Flegrei. Il progetto Mostra/Fuorigrotta rappresentò uno tra i più importanti piani urbani napoletani. Furono oltremodo attuati interventi anche in altre zone della città, come in quella collinare e costiera. Forte fu anche l’incremento del settore industriale: i stabilimenti calce e cementi di Castellammare di Stabia, i stabilimenti aeronautici di Pomigliano d’Arco, la Società Navalmeccanica per le industrie cantieristiche e navali, ecc.. Nonostante ciò le realizzazioni fasciste risultarono alquanto insufficienti per la risoluzione delle politiche generali della città, soprattutto a causa della mancanza di strutture economiche atte a fronteggiare una popolazione perennemente in crescita: specie nel biennio 1925-27 (anni dell’annessione alla città di vari comuni limitrofi come Barra o San Giovanni a Teduccio).Napoli fu protagonista dell’ascesa del fascismo e della sua presa del potere quando, il 24 ottobre 1922, in città si tenne una grande adunata di camicie nere, raduno che doveva servire da prova generale per la Marcia su Roma. In quell’occasione, Mussolini proclamò pubblicamente: “O ci daranno il governo o lo prenderemo calando a Roma”. Durante la sfilata, in via Museo, un mazzo di fiori con un sasso nascosto venne lanciato dalla folla che in massima parte acclamava e lanciava fiori verso il corteo ferendo un fascista; in risposta, un altro fascista dapprima colpì con un nerbo di bue tra la folla a casaccio e poi sparò una rivoltellata che ferì con esiti mortali la ottantenne Carolina Santini, affacciata ad un balcone. I dettagli della Marcia furono discussi e decisi dal Consiglio del partito Nazionale Fascista all’Hotel Vesuvio di via Partenope.

Sempre in questo periodo Hitler venne in visita a Napoli. Per l’occasione venne allestita una grande parata di armate nel golfo, come dimostrazione del potere militare e politico del regime fascista.

La seconda guerra mondiale

L’economia cittadina crollò all’ingresso dell’Italia nella guerra. Napoli fu, durante la seconda guerra mondiale, la città italiana che subì il numero maggiore di bombardamenti, con circa 200 raid aerei (tra ricognizioni e bombardamenti) dal 1940 al 1944, principalmente da parte alleata, di cui ben 181 soltanto nel 1943 e con un numero di morti stimato tra le 20 e le 25’000 persone, in gran parte tra la popolazione civile. Nel 1943 la città subì ingenti danni anche a causa della nave Caterina Costa. Il bastimento, ormeggiato nel porto, era carico di materiale bellico destinato alle forze italiane in Tunisia. A bordo si sviluppò un incendio (ancora oggi dalle cause poco chiare) che provocò un’esplosione devastante: il molo sprofondò e gli edifici intorno furono distrutti o gravemente danneggiati. Parti roventi di nave e di carri armati furono scagliate a grande distanza, finendo in via Atri, piazza Carlo III, piazza del Mercato, Vomero e stazione Centrale; sulla facciata est del castel Nuovo sono ancora visibili gli effetti di questa terribile esplosione. Ci furono 600 morti e oltre 3.000 feriti.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre da parte del Re che firmò la resa agli anglo-americani, i tedeschi occuparono la città il 12 settembre 1943; ben presto incominciarono le rivolte degli abitanti contro l’occupazione e il colonnello Scholl il 12 settembre 1943 fece affiggere un famoso manifesto con cui proclamava lo stato d’assedio in città, con l’ordine di “passare per le armi” ogni cittadino si fosse reso responsabile di azioni ostili con rappresaglie di cento civili per ogni tedesco ucciso.

Dopo diversi scontri e rappresaglie contro la popolazione, il 24 settembre il Comando tedesco ordinò lo sgombero di tutte le abitazioni entro 300 metri dalla linea di costa e il giorno dopo venne proclamato il “servizio obbligatorio al lavoro nazionale” generalizzato (in pratica la deportazione della popolazione attiva). Questo rappresentò in pratica la scintilla che fece esplodere definitivamente la rivolta generalizzata.

Napoli fu la prima, tra le grandi città europee, ad insorgere con successo contro l’occupazione nazista: in quattro famose giornate (dal 28 settembre al 1º ottobre 1943), la folla insorse contro i tedeschi permettendo così, pochi giorni dopo agli anglo-americani di poter giungere in città e occuparla già libera, senza perdite, e proseguire verso Roma. Per queste azioni e per le sofferenze patite dalla popolazione Napoli sarà tra le città decorate al Valor Militare per la Guerra di Liberazione insignita della Medaglia d’Oro al Valor Militare.

In una città ormai semidistrutta dalla guerra, nel 1944 si verificò anche l’ultima eruzione del Vesuvio che colpì la zona orientale. Vari problemi vennero riscontrati a Barra a causa della pioggia di cenere, mentre danni maggiori furono registrati nelle città satelliti di San Sebastiano al Vesuvio, Massa di Somma e San Giorgio a Cremano. Si verificarono anche spettacolari fontane di lava alte 800 metri. Ci furono 26 morti. L’eruzione fu resa famosa a causa dell’occupazione anglo-americana di Napoli. Con l’occupazione americana in città andò fortemente dilagando il mercato della prostituzione, perlopiù in cambio di generi alimentari: tali parentesi storiche furono raccontate anche da Curzio Malaparte, nel suo famoso libro (soprattutto all’estero) La pelle.

Dal secondo dopoguerra ad oggi

Napoli oggi, città della Repubblica Italiana

 Grattacieli del Centro Direzionale di Napoli

Alla fine della guerra, quando si trattò di votare il passaggio dalla Monarchia alla Repubblica, nella circoscrizione di Napoli 904 mila furono a favore della monarchia, 241 mila per la Repubblica. Tuttavia, nel capoluogo campano, dal 9 all’11 giugno 1946 – pochi giorni dopo la proclamazione della vittoria repubblicana – una spontanea protesta popolare in via Medina sfociò in un violento scontro, dalle circostanze mai oggettivamente chiarite, che provocò nove morti. Quei fatti furono chiamati strage di via Medina. Pochi giorni dopo, fu Enrico De Nicola, napoletano, ad essere eletto primo presidente della Repubblica.

Negli anni 50, nel pieno di quel fenomeno politico-sociale detto laurismo, nacque la speculazione edilizia che fu simbolicamente descritta nel film Le mani sulla città di Francesco Rosi.

A partire dalla fine di quest’ultimo decennio Napoli ebbe, come molte altre città italiane, un certo boom economico: edilizia, sanità, istruzione, lavoro. Tutti fattori che mantennero Napoli ad essere la terza città italiana più importante dopo Roma e Milano, ma davanti a Torino, Genova e Venezia. Il boom però finì presto, anche a causa delle speculazioni favorite da settori dell’amministrazione pubblica centrale (IRI e Cassa del Mezzogiorno).

Nel 1970 nacque la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Nel 1973 Napoli si trovava in una situazione di arretratezza e miseria molto grave. La speculazione edilizia era inarrestabile e la mortalità infantile sensibilmente più alta di quella delle città del nord e l’aspettativa di vita decisamente inferiore. In questo clima, già di per sé molto provato, si verificò un’epidemia di colera che colpì varie città mediterranee: Napoli venne definita dai vari cronisti dell’epoca la “Calcutta d’Occidente”. La causa del contagio fu una partita di cozze proveniente dalla Tunisia. Il focolaio si estese successivamente fino a Bari. Morirono 30 persone e il mercato ittico entrò in una gravissima crisi. “Fuori” dai grandi giochi politici del Paese, a Napoli accaddero fatti di rilievo della “strategia della tensione” e del terrorismo. Dalla nascita dei Nuclei Armati Proletari alla Colonna Senzani delle Brigate Rosse, passando attraverso l’arresto e la prigionia di centinaia di militanti.

Durante il terremoto del 1980, che distrusse quasi l’intera Irpinia, Napoli fu, seppur solo in alcune zone, fortemente danneggiata, ma non ottenne, nonostante le denunce del sindaco di allora Maurizio Valenzi, grosse somme di denaro per la ricostruzione. Furono danneggiate anche importanti strutture del vasto centro storico napoletano, come la chiesa dei Girolamini. In molti casi, i lavori di recupero durarono per un decennio, complicando il già precario assetto dell’urbanistica cittadina. Nel 1981 si verificò il celebre rapimento da parte delle Brigate Rosse dell’Assessore Regionale Ciro Cirillo. Da una situazione economica e sociale così difficile, fu la camorra a proliferare. Oggi, molte attività napoletane sono controllate, direttamente o indirettamente, dalla camorra, che ha reso la città celebre per il mercato dei media contraffatti, elettronica cheap, droghe derivanti dalla coca e dall’hashish. Nel 1983 a ovest della città i Campi Flegrei subivano una seconda crisi bradisismica, dopo quella del 1970, che provocò un esodo di massa, soprattutto a Pozzuoli, parte della popolazione trovò rifugio nella nuova zona urbana di Monterusciello. La crisi bradisismica venne avvertita anche dagli stessi quartieri occidentali del municipio di Napoli (come Bagnoli e Pianura) attraverso lievi scosse di terremoto che destarono forte preoccupazione tra la popolazione civile.

Il 21 dicembre 1985 nell’area orientale della città vi fu l’esplosione di venticinque serbatoi costieri dell’Agip e uno spaventoso incendio, che durò quasi una settimana, e che causò cinque vittime, 165 feriti, 2594 senzatetto e 100 miliardi di danni. Dall’amministrazione municipale fu recepita la necessità di delocalizzare quelle attività che potessero costituire fonte di pericolo per la popolazione e causa di ulteriore inquinamento per un territorio già seriamente compromesso. Tuttavia solo nel 1993 la Q8 cessò l’attività. Nel 1988 la città fu teatro di un attentato anti-Usa che provocò cinque decessi (quattro napoletani e una portoricana) e venti feriti. L’obiettivo fu il circolo Uso di Calata San Marco, dove aveva sede il club dei marinai americani della VI flotta.

Nel 1994 la città ospitò il G7 e la conferenza mondiale dell’ONU per la lotta contro la criminalità organizzata, iniziando così un periodo di relativa rinascita. Nel 1995, dopo circa dieci anni di cantieri, venne completato il Centro Direzionale di Napoli, il primo cluster di grattacieli d’Italia e dell’Europa meridionale.

Nel 2001, nell’ambito della costruzione e del potenziamento del proprio sistema di trasporto sotterraneo, vennero inaugurate le prime stazioni dell’arte: Quattro Giornate, Salvator Rosa e Museo. L’emergenza rifiuti, in particolare nel biennio 2007-2008, mise in seria crisi la città e le sconcertanti immagini della metropoli sommersa da tonnellate di rifiuti fecero il giro del mondo (CNN, BBC, Al Jazeera, ecc.). Nello stesso periodo alla città veniva assegnata la quarta edizione del Forum Universale delle Culture. Nel 2010 fu presentato alla città, da un gruppo di imprenditori privati, NaplEst: una serie di interventi urbani riguardanti l’area orientale della città, paragonabili a quelli dell’Expo di Milano. Nel marzo 2011 la città, in quanto sede del Allied Joint Force Command Naples, il comando integrato delle forze NATO per l’Europa Meridionale, costituì il quartier generale per le operazioni militari in Libia, esattamente come ai tempi della guerra del Kosovo. Nell’ottobre 2016 la Apple aprì nel quartiere di San Giovanni a Teduccio il primo centro di sviluppo per app in Europa.

Il problema Vesuvio e Campi Flegrei: da rischio a risorsa

In quanto al rischio Vesuvio, un considerevole numero di esperti nel campo sono concordi nell’affermare che la prossima eruzione potrebbe essere di tipo subpliniana, simile a quella del 1631. Per ora la possibilità di manifestarsi un’eruzione pliniana è alquanto scarsa: queste infatti si verificano dopo secoli o addirittura millenni di inattività da parte del vulcano. Un risveglio dell’attività eruttiva del Vesuvio costituisce il più grave problema di protezione civile presente in Italia.

Il problema prioritario di quest’area è quello di ridurre considerevolmente il numero di abitanti. Le proposte degli studiosi vertono su una organizzazione urbana della pianura campana, per una ridistribuzione più omogenea della popolazione dell’area a rischio. Provvedimenti che ridurrebbero drasticamente gli enormi rischi legati all’area più calda del Vesuvio. Tutto ciò dovrebbe essere basato ad esempio sulla creazione di servizi e su incentivi fiscali. La vita produttiva di questa zona, oltremodo, dovrebbe puntare su attività poco invasive, come ad esempio quelle che riguardano i parchi archeologici e naturali.

Stesso discorso per l’altro grande vulcano partenopeo, ossia i Campi Flegrei.

La storia eruttiva degli ultimi 4000 anni ha dimostrato che una bocca vulcanica potrebbe aprirsi anche verso lo stesso comune di Napoli, ovvero verso il quartiere di Fuorigrotta. In risposta a tale evenienza nella zona rossa del vulcano è stata inclusa, oltre alla zona ovest del comune, anche altre parti come Chiaiano e Arenella. L’ultima eruzione è stata quella del Monte Nuovo nel 1538 dopo un periodo di quiescenza durato circa 3.000 anni ed è tra le eruzioni di minore intensità avvenute ai Campi Flegrei. Le cronache napoletane del tempo ci parlano di una lieve pioggia di cenere abbattutasi sulla città (circa 2 cm, quel tanto che bastò per insudiciare i bei palazzi della nobiltà napoletana) e di grandi boati. In Italia esempi molto simili alla caldera flegrea si trovano a pochi km da Roma e sono costituiti dai Colli Albani.

Un intervento che sta riguardando in prima persona la caldera flegrea è quello della trivellazione della stessa, per meglio studiarne e capirne i meccanismi. Una ricerca vulcanologica che non ha precedenti al mondo. I Campi Flegrei potrebbero costituire una grande risorsa di energia in grado di sostituire i combustibili fossili e il nucleare, dando vita ai primi impianti di energia geotermica. Un intervento che tra l’altro fornirebbe informazioni anche sulla riduzione del rischio eruttivo. Le ricerche sono cominciate nel corso dell’anno 2012 a Bagnoli.

Proverbio del Giorno

  • Haje voglia ‘e mèttere rrumm, nu strunz’ nun addevènta babbà.

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